“Amarsi come scelta e responsabilità: amarsi per essere amati” 

La realtà spesso appare ovvia e definita. Eppure, se ci addentriamo nella prospettiva di chi ci circonda, possiamo renderci conto di quanto essa possa differire dalla nostra. Com’è possibile? Dove si conclude il limite della soggettività e incomincia quello dell’oggettività? Perché alcune volte è così difficile comprendersi? Eppure respiriamo la stessa aria e abitiamo lo stesso pianeta.

Spesso, è proprio sentendoci simili col prossimo che riusciamo a dare un senso alla nostra esistenza. E così ci sentiamo più interconnessi e magari anche più al sicuro. 

Detto ciò, possiamo controllarci, educarci, apprendere lingue e atteggiamenti; possiamo fare di tutto per uniformarci e sentirci adeguati; eppure possediamo anche una parte solo nostra, unica e preziosa. Quella parte immodificabile e spesso anche un po’ scomoda. Quella parte che ci distingue: la nostra natura. 

Se per sentirci accettati e ben integrati decidessimo di omologarci del tutto, non è che al contempo rischieremmo di negare la nostra stessa natura? Dal mio punto di vista correremmo un bel rischio. Credo che al giorno d’oggi, parte del malessere psicologico possa scaturire proprio da questa incoerenza e quindi dal tentativo repressivo che adotteremmo verso noi stessi, nella speranza (davvero ambiziosa, ammettiamolo..) di essere compresi e accettati da tutti. 

Allora entreremmo in un paradosso: nel tentativo di avvicinarsi e stringere legami col mondo esterno, rischieremmo di perdere noi stessi, di rinunciare all’amor proprio. Commetteremmo verso noi stessi quello che stiamo cerando ad ogni costo di evitare: il rifiuto. 

Forse, il benessere fisico e mentale proviene da una scelta più a monte, ossia dal tentativo di comprendersi e accettarsi per quello che si è: coltivare rispetto e fiducia verso la propria persona e vivere questa scelta con responsabilità. Come se fosse un impegno giornaliero da rispettare. Il benessere non è un “interruttore on-off”. Lo immagino piuttosto come un grande giardino, da curare ogni giorno, con fatica. Dove ogni sforzo non ti ricompensa nell’immediato. Inizialmente potrebbe essere arido e incolto. Passarci giornate intere, sudando e sciupandoti le mani, potrebbe non essere affatto piacevole. Dopo tempo e dedizione, la musica potrebbe cambiare e potresti cominciare a raccoglierne i frutti: sarebbe un giardino diverso dal primo giorno, di un verde rigoglioso e profumato. E sotto i tuoi piedi non ci sarebbe più terreno arido, ma un manto d’erba vellutato. Allora, anche quando inciamperai e ti ritroverai “a gambe all’aria”, sarà diverso. Non sarà piacevole, nessuna caduta lo è. Ma avrai qualcosa su cui appoggiarti, qualcosa che continuerà a darti forza e speranza, qualcosa di bello che riuscirai a vedere o intravedere anche nei momenti peggiori. Avrai la tua struttura

Il benessere non coincide col gioire ogni giorno. Ma col possedere quell’equilibrio che ci supporta nelle sfide e nei problemi. Che ci rende pronti a farvi fronte. Essi sono parte integrante dell’esistenza. Quando è il nostro turno, mi piace pensarci “tutti sulla stessa barca” e figli di un destino comune.

Senza sfide non esiste gioia, né benessere. E viceversa.

Gioire, cadere e rialzarsi fanno parte di un unico sistema: non possono essere concepiti come elementi isolati.

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